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di Massimo Introvigne
Comparso in Cristianità n. 275-276 (1998)
Da dove viene il Rosario, ancora oggi la preghiera preferita da centinaia
di milioni di cattolici in tutto il mondo? Anne Winston-Allen, docente
di germanistica alla Southern Illinois University, negli Stati Uniti d’America,
fa il punto sulla questione — per la verità non poco controversa
— in un volume pubblicato dalla Pennsylvania State University Press:
Stories of the Rose. The Making of the Rosary in the Middle Ages, "Storie
della rosa. La formazione del rosario nel Medioevo" (1). Riccamente
illustrato, il libro non propone ipotesi rivoluzionarie. Ha tuttavia il
merito di mettere a disposizione del pubblico i risultati di ricerche
comparse spesso solo su riviste specializzate — dalla Germania agli
Stati Uniti d’America e all’Italia —, non sempre facilmente
accessibili.
Molte delle controversie storiografiche derivano dalla definizione stessa
del termine "Rosario". Per alcuni si tratta semplicemente di
una sequenza di Ave Maria, o comunque di preghiere cristiane ripetute
per un numero definito di volte. La storiografia tradizionale riteneva
che questo tipo di sequenze fosse di origine orientale. Da una radice
indiana shivaita il mondo islamico aveva tratto l’abitudine di recitare
in sequenza reiterata i novantanove nomi di Allah, servendosi di apposite
catenelle di novantanove semi; un analogo sviluppo nel mondo buddhista,
sempre derivato da una radice induista e con possibili influenze musulmane,
era stato fatto conoscere all’Europa da Marco Polo. I crociati —
secondo questa ipotesi storiografica — avrebbero importato in Occidente
e adattato alla preghiera cristiana una pratica di origine orientale.
Oggi tuttavia ipotesi formulate alla fine del secolo scorso dallo specialista
tedesco Thomas Esser (2) hanno trovato ampie conferme, e nessuno studioso
dubita dell’esistenza di stringhe o di cordicelle utilizzate per
la preghiera reiterata nel mondo cristiano fin dai tempi dei Padri del
Deserto, nei secoli III e IV dopo Cristo, ben prima delle crociate. Catenelle
che si avvicinano già ai nostri rosari sono appartenute a Gertrude,
figlia di Pipino I di Francia, morta nel 659, e a Lady Godiva di Coventry,
morta nel 1041. L’uso di strumenti per tenere il conto di preghiere
ripetute è così più antico della stessa Ave Maria,
le cui origini risalgono al settimo secolo ma che si afferma nella forma
attuale soltanto intorno all’anno Mille. Sembra che gli strumenti
fossero inizialmente utilizzati per ripetere un certo numero di volte
il Padre Nostro, da cui il nome di paternoster attribuito a un antenato
dei nostri rosari. Cesario di Heistebach (1180-1240) loda le virtù
di una matrona che aveva l’abitudine di recitare regolarmente cinquanta
Ave Maria, e storie simili diventano relativamente comuni fra i secoli
XII e XIII. I laici usano corone o rosari — zaplet in tedesco e
hoedekins in fiammingo — da cinquanta, cento o centocinquanta Ave
Maria; i religiosi e le religiose vanno anche molto oltre, come le domenicane
del convento di Unterlinden, a Colmar, in Alsazia, che nel secolo XIII
s’impegnavano a recitare mille Ave Maria al giorno e duemila nei
giorni di festa. Non vi è dubbio, pertanto, che la pratica di recitare
più volte la stessa preghiera servendosi di appositi strumenti
sia di origine molto antica nel mondo cristiano, prescinda da derivazioni
islamiche e sia stata applicata all’Ave Maria a partire almeno dal
dodicesimo secolo.
Per altri autori — ed è questa la terminologia preferita
dalla stessa Anne Winston-Allen — perché si possa propriamente
parlare di Rosario non è sufficiente la semplice reiterazione della
stessa preghiera. Specifico del Rosario è infatti l’abbinamento
simultaneo di una sequenza di Ave Maria e di una serie di meditazioni
sulla vita di Gesù Cristo e della Vergine. A partire almeno dalla
storia del Rosario pubblicata da don Franz M. Willam nel 1948 (3), gli
storici ripetono che il Rosario rappresenta un’evoluzione dei salteri
della Beata Vergine Maria, dove venivano ripetuti dapprima centocinquanta
salmi con antifone cristologiche e mariane, poi solo le antifone o le
antifone accompagnate da un Padre Nostro o da un’Ave Maria. Anne
Winston-Allen osserva tuttavia che queste teorie non spiegano come si
sia passati alle vere e proprie meditazioni sulla storia della salvezza,
assenti nei salteri. A questo proposito tre teorie hanno dominato la ricerca
storica. Una versione tradizionale, diffusa nel mondo cattolico sino alla
fine del secolo XIX, attribuiva la nascita del Rosario meditato a san
Domenico (1170-1221). Per circa un secolo, dagli anni 1880 al 1977, gli
storici hanno seguito Thomas Esser secondo cui l’attribuzione tradizionale
a san Domenico è il risultato di una confusione con un altro Domenico,
un certosino di Treviri chiamato Domenico di Prussia (1384-1460), vissuto
due secoli dopo il fondatore dei domenicani e che sarebbe il vero "inventore"
del Rosario. Nel 1977, tuttavia, Andreas Heinz (4) ha scoperto un manoscritto
con un Rosario meditato precedente di oltre cento anni rispetto a quello
di Domenico di Prussia — e apparentemente ignoto a quest’ultimo,
nonostante la prossimità geografica —, recitato dalle suore
cistercensi di San Tommaso sulla Kyll, a una quarantina di chilometri
da Treviri, intorno al 1300. Ma non è neppure sicuro — osserva
l’autrice americana — che il documento scoperto da Andreas
Heinz sia davvero il primo Rosario — meditato — in assoluto.
Oggi si vanno diffondendo presso gli storici teorie di un terzo tipo,
secondo cui il passaggio dai salteri della Beata Vergine Maria al Rosario
meditato è un processo dinamico e graduale, a coronamento del quale
Domenico di Prussia mantiene un ruolo fondamentale per la diffusione popolare
della devozione.
La versione del Rosario di Domenico di Prussia era piuttosto diversa da
quella che conosciamo oggi. Comprendeva cinquanta meditazioni, una per
ogni Ave Maria. Per i fedeli più semplici era ancora troppo difficile.
Il domenicano Alano della Rupe (1428-1475) — un grande divulgatore
della devozione, fondatore a Douai, in Francia, nel 1470 della prima Confraternita
del Salterio della Gloriosa Vergine Maria — obiettava che cinquanta
Ave Maria erano troppo poche — ne chiedeva almeno centocinquanta
—, e non amava il nome "Rosario", adottato invece —
ma non inventato — dal certosino tedesco, colpevole di ricordare
troppo la letteratura mondana che associava la rosa all’amore profano.
Alla fine tuttavia, osserva Anne Winston-Allen, i fedeli assicurarono
il successo sia del nome "Rosario" sia di modelli non più
complicati, ma più semplici rispetto a quello di Domenico. Dove
esattamente siano stati adottati per primi gli attuali quindici misteri,
cui corrispondono centocinquanta Ave Maria — nonché, quasi
fin da subito, quindici Padre Nostro —, è oggetto di dispute
fra gli storici. Si pensava che il metodo attuale fosse stato proposto
per la prima volta da una delle più antiche opere a stampa sul
Rosario, il Salterio di Nostra Signora, pubblicato per la prima volta
a Basilea nel 1475 (5) e divenuto estremamente popolare nelle sei successive
edizioni di Ulm (6), dove quindici incisioni — peraltro non accompagnate
da una spiegazione scritta — rappresentavano gli attuali misteri
con il giudizio universale al posto della gloria del Paradiso o dell’incoronazione
di Maria come quindicesimo mistero; la transizione avverrà lentamente
nel corso del Cinquecento. Tuttavia Stefano Orlandi nel 1965 (7) e Gilles
Gérard Meersseman nel 1977 (8) hanno pubblicato gli statuti di
confraternite fondate a Firenze nel 1481 e a Venezia nel 1480 che menzionano
i quindici misteri, indizio possibile di una pratica italiana più
antica, anche se Giovanni d’Erfordia, fondatore della confraternita
di Venezia, era a sua volta un domenicano tedesco. A poco a poco i quindici
misteri vengono adottati anche dalle confraternite maggiori: la più
importante era stata fondata a Colonia dal domenicano Jakob Sprenger (1436
o 1438-1495) l’8 settembre 1475, un giorno dopo la morte di Alano
della Rupe, e contava fra i suoi primi membri l’imperatore Federico
III. La storia delle confraternite del Rosario rappresenta un fenomeno
sociale affascinante: in pochi anni arruolano centinaia di migliaia, forse
milioni, di membri di tutte le classi sociali, e il loro carattere internazionale
e autonomo suscita le lamentele di chi le considera un elemento capace
di fare concorrenza al sistema delle parrocchie e delle diocesi: le controversie
odierne in tema di movimenti, come si vede, non sono poi così nuove.
La storia raccontata da Anne Winston-Allen è, fino a questo punto,
la storia di un successo di cui si avrebbe torto a sottovalutare, secondo
la studiosa americana, la qualità spirituale, spesso tutt’altro
che disprezzabile. Il lettore protestante, che ha familiarità soprattutto
con le feroci polemiche di Lutero contro il Rosario meno di cinquant’anni
dopo la fondazione della confraternita di Jakob Sprenger, solleverà
facili obiezioni. Certo, osserva Anne Winston-Allen, alcune deviazioni
facilmente attaccate da Lutero si erano effettivamente verificate in Germania,
come la pratica, ammessa da alcune confraternite, secondo cui i più
ricchi potevano pagare terzi per recitare il Rosario al loro posto e lucrare
comunque i relativi benefici e indulgenze. Ma sarebbe sbagliato considerare
le deviazioni come uniformemente diffuse. D’altro canto il Rosario
s’inserisce nelle case religiose all’interno della riforma
detta "osservante" del Quattrocento, un fenomeno che tocca tutti
i maggiori ordini religiosi, si propone di reagire ad alcuni degli stessi
abusi più tardi denunciati da Lutero e anticipa la Riforma cattolica.
Se il Rosario recitato a pagamento per conto terzi corrisponde a una "teologia
delle opere" che stupisce per la sua rozzezza, il successo del Rosario
non nasce da questi abusi ma dal desiderio dei laici — e di non
pochi religiosi — di meditare in modo ordinato e sistematico sulla
storia della salvezza. Il poco che si chiedeva ai più — un
quarto d’ora di preghiera meditata al giorno —, conclude la
studiosa americana, rispetto al molto che le confraternite promettevano
attirava paradossalmente l’attenzione — in un modo, forse,
ormai estraneo alla mentalità di Lutero — proprio sulla centralità
della fede e sulla gratuità della grazia. Sono questi i motivi
per cui il Rosario ha resistito alle critiche dei suoi detrattori e agli
stessi abusi di certi suoi incauti promotori, conservando nella pietà
cattolica il ruolo centrale che ha ancora ai nostri giorni.
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