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La Chiesetta di Santa Caterina nel rione Pianasca
anno 1433

Emblema Bernardiniano(affresco inizio XVI secolo)

San Bartolomeo(affresco inizio XVI secolo)

Madonna con Bambino(affresco 1516)

Nativita' affresco inizio XVI secolo
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IL RESTAURO DELLA CHIESETTA
DI SANTA CATERINA in Pianasca (a. 1433 )

Padre Aldo Gilli, con le sue ricerche storiche su Venegono che hanno poi
dato corpo al libro Venegono Superiore e il suo castello, costituisce
ormai un punto di riferimento per chiunque voglia accostarsi al passato
del nostro paese per ritrovare i fatti e soprattutto i significati che
ci permettono di immaginare la vita e i valori dei nostri antenati e del
nostro luogo.
Dai suoi scritti, ma comunque dalla storia in genere, emerge in modo evidente
come durante tutto il medioevo fino all’Ottocento le chiese e gli
oratori nascessero quale espressione della fede delle persone e diventassero
nello stesso tempo elementi determinanti per l’aggregazione e la
crescita sociale e urbanistica del borgo.
È facile notare come in questo loro ruolo di protagonisti gli edifici
di culto subissero in modo diretto ed evidente gli effetti delle differenti
situazioni socio-politiche, passando attraverso fasi di splendore e di
degrado.
Tralasciando di ripercorrere qui puntualmente la storia della chiesa di
Santa Caterina, di cui già ampiamente autorevoli testi (come quello
sopra citato) hanno scritto, può essere interessante un accenno
a questa alternanza di fasi, fino a soffermarsi sugli ultimi lavori di
restauro.
Cenno storico
La costruzione della chiesa risale verosimilmente al 1433. Fino al 1516
fu adeguatamente accudita e pure abbellita con pregevoli affreschi; ma
nel 1570 san Carlo Borromeo, rammaricato per lo stato di estremo degrado
di questa e di altre chiese, si trovò costretto a decretarne la
riparazione. Tuttavia non si procedette in questa linea, dal momento che
nel 1606 il cardinale Federico Borromeo dovette dare l’ordine perentorio:
o restaurarla o demolirla.
Per amore e per la ferma volontà dei fedeli si compì così
il primo radicale restauro, che conservò la chiesa fino al 1805.
In quest’anno, abbandonata per le vicende socio-politiche dell’epoca,
venne progressivamente rovinando fino al 1901, quando il cardinale Andrea
Carlo Ferrari la trovò in stato miserando.
Si deve alla determinazione e alla generosità dell’avvocato
Taccheo Brière il radicale restauro e l’ampliamento che ha
dato alla chiesetta l’aspetto mantenuto fino al 1982.
Ma gli anni passavano, e fu proprio Padre Gilli nei suoi appunti propedeutici
al libro edito nel 1976 a rimarcare che il tempo aveva nuovamente segnato
l’edificio: esprimeva pertanto la speranza che i parrocchiani dimostrassero
ancora una volta la generosità e l’amore necessari per un
nuovo restauro.
Non poteva certamente sfuggire a Don Bruno l’urgenza di questa situazione.
Così, con coraggio e fiducia nei parrocchiani, venne messa in moto
la macchina per affrontare il nuovo restauro.
La chiesetta si presentava dunque piuttosto ammalorata. Il tetto, con
la copertura in coppi, era in pessime condizioni: l’acqua piovana
penetrava da più parti e il controsoffitto in arelle intonacate
si presentava macchiato e in fase di distacco in più parti. Persino
i pregevoli affreschi erano stati parzialmente macchiati dalle infiltrazioni.
L’impianto di riscaldamento era insufficiente e rumoroso. L’unica
porta di accesso, posizionata direttamente sull’incrocio stradale,
rendeva difficoltosa e soprattutto pericolosa l’entrata e l’uscita
dei fedeli. L’altare doveva essere adeguato alla celebrazione della
messa con il sacerdote ora rivolto all’assemblea. Il pavimento e
le facciate avevano urgente bisogno di essere rinnovati.
Di fronte a una tale situazione era facilmente prevedibile un intervento
radicale, di notevole peso economico. Pertanto, con una scelta oculata,
si decise di intervenire in più lotti separati, in modo da diluire
nel tempo la spesa, ma con un unico progetto che potesse dare unitarietà
ai lavori.
Il restauro dell’edificio
La progettazione del restauro globale venne affidata all’architetto
Alberto Ferrari di Varese. I lavori furono divisi in tre lotti principali:
rifacimento del tetto e interventi sulla struttura nel 1982; sistemazione
del perimetro esterno e nuovo impianto di riscaldamento nel 1984; interventi
sulle facciate nel 1985.
Il progetto attuò una scelta radicale, che cambiò l’aspetto
della chiesa: si decise, coerentemente con le moderne teorie di restauro,
di eliminare l’impronta pseudobarocca data da Taccheo Brière
con l’arbitrario inserimento di soffitti a volta e balaustre in
marmo, e di ricostruire strutture più austere, consone al carattere
che l’edificio aveva certamente in origine, proprie dello stile
tardo romanico.
Uno degli elementi predominanti dell’intervento è costituito
dal tetto in legno con la struttura portante e l’assito lasciati
a vista.
Si realizzarono anche interventi necessari a favorirne l’uso da
parte dei fedeli.
Il traffico veicolare sulle strade che si incrociano proprio in fregio
alla chiesa è ben altra cosa rispetto al passaggio di qualche carro
trainato da cavalli dell’epoca in cui sorse la chiesetta. Ora costituiva
un reale pericolo per chi entra o esce dalla porta rivolta vero ovest.
Venne quindi creato un ingresso laterale a sud, cogliendo anche l’occasione
di abbassare le falde degli absidi laterali, seguendo un’ipotesi
che, da tracce ritrovate nella muratura, supponeva che così fossero
in origine.
Potrebbe far discutere la forma del portico, che però dichiara
la sua modernità con il pilastro in cemento armato “a vista”,
privilegiando solo il valore funzionale di protezione dell’ingresso.
I lavori di restauro hanno comportato interventi particolarmente studiati:
dalla legatura dei muri perimetrali alla realizzazione delle mensole in
sasso per alloggiare le capriate, all’illuminazione.
La definizione degli interni è stata improntata alla grande semplicità
sia nelle forme che nei colori che nei materiali usati.
Gli affreschi del Cinquecento
Unico elemento decorativo da mettere in risalto erano gli affreschi di
grande valore pittorico: la chiesa sembra quasi una sobria cornice alle
pitture. Certamente il misticismo che scaturisce da queste immagini è
ora molto più penetrante rispetto a quanto poteva esserlo nella
vecchia situazione.
La collocazione degli affreschi, dopo un magistrale restauro, è
stata una delle fasi più appassionanti.
Sono state studiate cornici in ferro che, contornando i dipinti nel massimo
rispetto del loro supporto, costituiscono pure la struttura che permette
di lasciar appesi a mezz’aria, con tiranti in acciaio, gli affreschi,
ora posti a volta sopra all’altare con notevole effetto scenico.
Tale collocazione ha permesso di ricomporre le tre parti costituenti il
dipinto con l’immagine di Dio Padre, da cui si dipartono raggi che
avvolgono le effigi dei quattro evangelisti (effetto invece sminuito nella
precedente collocazione, che li vedeva separati su pareti diverse).
Per quanto riguarda l’esterno, sono stati fatti sondaggi per ricercare
chiavi di lettura di come fosse la costruzione originaria. Un elemento
emerso è l’arco in mattoni che probabilmente delimitava una
finestra sul lato sud e che è stato messo in evidenza.
Dall’esame delle stratificazioni di intonaco si è scoperto
il colore della facciata che, prima delle ultime tinte, doveva essere
quello di un semplice intonaco di calce lasciato al naturale, cioè
bianco. È stata pertanto riproposta questa finitura, anche se purtroppo
a causa dell’inquinamento atmosferico le piogge hanno presto sporcato
le facciate.
A restauro conservativo sono stati sottoposti sia il rosone che i fregi
sotto gronda in cemento decorativo, situati sulla facciata ovest: sono
stati asportati i vari strati di pittura applicata negli anni e, ricostruite
le parti mancanti, trattati con particolari resine protettive. Per garantirne
il fissaggio alla parete sono stati applicati particolari ganci in acciaio
inossidabile, adeguatamente mascherati sotto l’intonaco.
Anche questo restauro sarà pertanto annoverato nella storia della
bella chiesa di Santa Caterina quale evento determinante per la sua conservazione,
e don Bruno può certamente trarre un bilancio positivo e di soddisfazione
del risultato ottenuto.
Negli anni successivi sono poi stati fatti piccoli interventi di abbellimento
interni, di cui si cita tra tutti il nuovo altare.
Sono ormai passati diciassette anni dalla fine dei lavori e si potrebbe
ora pensare di aggiungere, a coronamento di quanto fatto, una semplice
“rinfrescata” alle facciate, per far risplendere a nuovo l’amata
chiesetta.
Il Comitato Santa Caterina tiene viva la devozione della chiesetta e ne
garantisce la manutenzione.
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