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La vecchia struttura dell'oratorio(fino al
1996)sopra la quale e' sorto il centro parrocchiale Shalom(foto di fianco)
STORIA DI UNA SCELTA
CORAGGIOSA E PROVVIDENZIALE
La necessità di rinnovare e ampliare le strutture dell’oratorio
di Venegono Superiore non è certamente emersa nei primi anni Novanta,
cioè quando si è cominciato a parlarne concretamente.
Il vecchio oratorio era stato impostato e costruito attorno a delle piccole
aule, collegate alla casa parrocchiale nel primo dopoguerra, con modeste
offerte, con la buona volontà e il lavoro di tante persone di ogni
età e in particolare dei famosi “magut” di Venegono.
Prima hanno costruito il salone cinematografico, che per molti anni è
stata l’unica possibilità di cultura e di divertimento nel
tempo libero per tutta la popolazione, con proiezione di bei film e la
realizzazione di simpatici spettacoli teatrali e musicali. Poi, negli
anni Cinquanta, sempre con gli stessi mezzi finanziari e la stessa mano
d’opera quasi gratuita, è stato costruito il corpo principale
del vecchio oratorio, con un deposito seminterrato, con un grazioso bar,
servizi e spogliatoi per il campo di calcio al piano terra e con le aule
catechistiche al primo piano.
Queste strutture negli anni Ottanta, con il crescere della popolazione
e con le nuove richieste provenienti dal mondo giovanile, hanno progressivamente
mostrato i loro limiti, specialmente dopo che si è stati costretti
a chiudere l’oratorio femminile, essendo state ritirate dalla nostra
comunità le Suore Adoratrici che sovrintendevano da quasi settant’anni
a questa istituzione oltre che all’asilo Paolo Busti.
Ma per rinnovare una struttura ci voleva non solo l’idea, ma soprattutto
chi la sviluppasse, la portasse avanti, la proponesse, la sollecitasse
e ne coordinasse la realizzazione.
Fortunatamente, dopo diversi anni di tranquillo immobilismo, nel 1977
a capo della nostra parrocchia è arrivato don Bruno Marinello il
quale, da giovane sacerdote prima a Seveso e poi a Nova Milanese, aveva
contribuito attivamente alla nascita e allo sviluppo dei centri parrocchiali
in quelle comunità.
Dopo i primi anni di ambientamento e dopo aver completamente ristrutturato
la vecchia casa parrocchiale, l’idea di costruire un nuovo centro
parrocchiale ha preso sempre più corpo nella mente di don Bruno,
validamente sostenuto dal coadiutore don Maurizio e da tutte le persone
attive nell’oratorio.
Questa idea è stata concretamente discussa durante un’assemblea
parrocchiale nel marzo del 1989. Nelle successive discussioni si sono
delineati con chiarezza gli obiettivi che la nuova istituzione doveva
raggiungere. Si dovevano cioè dare risposte adeguate alle esigenze
di strutture per l’intera comunità, formata da ragazzi, ragazze,
giovani, adulti, famiglie, anziani, organizzazioni spontanee e altro ancora.
L’oratorio si avviava così a prendere la funzione e il nuovo
nome di “Centro Parrocchiale”.
Il progetto
Si decise innanzitutto di coinvolgere l’intera popolazione, in quanto
le difficoltà da superare erano molte, dal punto di vista pastorale,
organizzativo e soprattutto finanziario. Oltre al consiglio pastorale
e alla commissione affari economici, si è dato vita ad apposite
commissioni per l’esame tecnico del progetto e per il reperimento
dei fondi, creando anche una segreteria organizzativa.
All’inizio del 1991, dopo vari sondaggi e sentito anche il parere
degli organi competenti della Curia, venne affidato l’incarico per
la progettazione all’architetto Ovidio Cazzola di Varese. Dopo che
una delegazione di cittadini aveva fatto visita ai nuovi centri parrocchiali
di Gallarate e di Biumo per avere dei suggerimenti e indicazioni progettuali,
vennero date precise direttive al progettista il quale, a metà
del 1991, presentava un progetto generale di massima, che si poteva definire
“il progetto dei sogni”.
Il progetto generale, tradotto visivamente in un plastico (ancora visibile
presso il centro) e ampiamente descritto e illustrato su un numero speciale
del Sangiorgio, prevedeva:
* l’edificio principale; con seminterrato, atrio, bar, cucina, sala
giochi al piano terra; aule, cappella e alloggio del coadiutore al primo
piano;
* un secondo fabbricato destinato ad auditorium e al settore femminile;
* un terzo fabbricato destinato a palestra;
* il tutto collegato da belle pensiline e porticati con accesso da piazza
San Giorgio e da via Papa Giovanni.
Ma il progetto dei sogni non era al momento realizzabile, per ovvi motivi,
per cui si decise di partire con la realizzazione dei nuovi campi da gioco,
finanziabili dal Coni, e dell’edificio principale addossato al corpo
esistente. Nel corso del 1992 vennero così realizzati un regolare
campo di pallacanestro, uno di pallavolo e calcetto, due campi da bocce
in terra battuta e un campetto di calcio, il tutto recintato e illuminato.
Costo complessivo: circa 240 milioni di lire.
Nel frattempo si avviarono tutte le discussioni e gli incontri per passare
dal progetto di massima al progetto esecutivo. Ognuno ebbe la possibilità
di esprimere il suo parere e di esprimere proposte su cosa fare e come
fare. Ci furono delle critiche, alcune aspre, sia dal punto di vista tecnico
sia sulla opportunità di un’opera così rilevante.
A tutte si è sempre cercato di dare ragionevoli risposte; e ugualmente
si è cercato di arrivare al massimo risultato con il minimo mezzo.
Lunga, discussa e difficile è stata la progettazione che ha coinvolto,
per le necessarie autorizzazione, il Comune, l’Ussl, il Coni e la
Curia Arcivescovile di Milano.
Era inoltre necessario prepararsi finanziariamente. Si prevedeva una spesa
di circa due miliardi di lire, e a metà del 1994 eravamo pronti
con tutte le autorizzazione e con la disponibilità finanziaria
minima necessaria per cominciare.
Dopo una regolare gara d’appalto svoltasi presso gli uffici competenti
della Curia, i lavori vennero assegnati, chiavi in mano, alla locale impresa
Bombelli. Il 16 ottobre 1994, alla presenza del vescovo di zona monsignore
Marco Ferrari e di altre autorità civili e religiose, venne posta
la prima pietra, con pergamena rievocativa. Subito dopo iniziarono i lavori.
Progettista e direttore dei lavori per le opere architettoniche fu l’architetto
Ovidio Cazzola di Varese; progettista e direttore dei lavori per l’opera
strutturale l’ingegnere Franco Luraschi di Venegono Superiore, collaudatore
delle opere l’ingengnere Enrico De Grandi di Varese, e, come si
accennava, impresa costruttrice fu la Ditta Bombelli Gerardo di Venegono
Superiore.
L’esecuzione dei lavori
Già all’inizio nacquero le prime difficoltà. Dai sondaggi
geotecnici per le fondazioni emerse (e del resto si sapeva) che la costruzione
sorgeva su uno strato di fango, data la vicinanza del torrente, per cui
si dovettero fare i plinti a una notevole profondità (oltre 5 metri).
Tanto valeva scavare tutta la superficie del fabbricato, fare una sottofondazione
e ricavare uno spazio interrato, coibentato, per un ampio salone multiuso,
non previsto dal progetto originario ma che si sta rivelando di grande
utilità.
Comunque i lavori hanno sempre proceduto con celerità e senza troppi
imprevisti. Naturalmente alcuni adeguamenti in corso d’opera, sia
tecnici che funzionali, si sono resi necessari e il costo preventivato
si è purtroppo elevato fino a raggiungere un consuntivo, tutto
compreso di 3.200.000.000 di lire.
I lavori furono praticamente ultimati a metà del 1996. Così
il 9 Giugno 1996 alla presenza di un folto pubblico si svolse l’apertura
parziale del nuovo centro parrocchiale. In quella occasione qualcuno lo
definì come una nave in navigazione, con la prua che svettava verso
il futuro; spetta a tutta la comunità venegonese far attivamente
parte del suo equipaggio!
Con grande entusiasmo, da parte dei giovani e degli adulti di tutte le
età, si è subito iniziato a utilizzare questa struttura,
a organizzare le varie attività e a completare l’arredamento.
Finalmente il 30 novembre 1997, alla presenza del Cardinal Martini, di
tutti i sacerdoti venegonesi e delle autorità civili, si è
ufficialmente inaugurato il nuovo centro parrocchiale intitolandolo con
un nome biblico, impegnativo ma sempre di attualità: “Shalom”,
cioè pace.
Abbiamo ora a disposizione una struttura, composta da:
* un ampio salone interrato, di complessivi mq. 300, alto m. 5;
* a piano terra: l’atrio d’ingresso con ampia scala, il locale
bar, la segreteria, una cucina attrezzata, tre sale per riunioni e attività
ricreative;
* al primo piano: la cappella, sette aule, una sala riunioni e l’appartamento
del coadiutore, terminato successivamente per carenze finanziarie e ora
affidato a un custode.
Sempre per difficoltà finanziarie non è stato ancora installato
l’ascensore dal piano interrato al primo piano, indispensabile per
l’abbattimento completo delle barriere architettoniche e per l’ottenimento
delle prescritte autorizzazioni.
Questa struttura, aperta tutti i giorni e quasi tutto l’anno, deve
essere fatta funzionare; le attività educative, culturali, religiose
e ricreative devono essere sostenute e coordinate, distinte fra un’utenza
che va dai piccoli delle elementari agli adolescenti, ai giovani e adulti
di ogni età, agli anziani, alle famiglie, a tutti, senza distinzione
di sesso o di ideologia, ma tutti disposti a raccogliere un messaggio
pastorale di cristianità e di amicizia.
A tutto questo dedicano la loro opera e il loro tempo libero, con passione,
competenza e disinteresse, un manipolo di cinquanta volontari.
L’impegno finanziario
Per concludere è bene spendere qualche riga per illustrare quello
che è stato e purtroppo sarà ancora per qualche anno il
problema principale: l’impegno finanziario.
Se consideriamo che il costo finale dell’opera, comprensiva degli
impianti sportivi, è stato di 3.200 milioni di lire e che in aprile
1991, data di affidamento dell’incarico per la progettazione, la
parrocchia aveva un fondo di 80 milioni, come è stata coperta la
differenza?
Il Coni ha concesso un mutuo agevolato decennale di 700 milioni. La Curia
Arcivescovile ha dato una garanzia di altri 700 milioni su uno scoperto
di cassa presso il Banco Ambrosiano. Una fondazione diocesana ha dato
un contributo straordinario di 300 milioni. La parrocchia inoltre ha venduto
la casa che possedeva in piazza Santa Maria, con un incasso di 270 milioni.
Il debito alla fine del 2001 ammontava ancora a circa 950 milioni diviso
fra il residuo mutuo di circa 490 milioni e uno scoperto bancario di 460
milioni.
Ecco il miracolo della entusiastica partecipazione della popolazione venegonese
a questa avventura. In poco più di dieci anni si è raccolto
oltre un miliardo e mezzo di lire; offerte piccole e grandi (poche), sottoscrizioni
di prestiti, quasi tutti bonificati, intitolazione di aule, acquisto di
simbolici mattoncini, offerte da parte di enti e organizzazioni locali,
aiuti (purtroppo modesti) da parte di ditte del paese, il ricavato di
manifestazioni e iniziative oratoriali, ecc.
Il progetto dei sogni è ancora da completare, spetta alle generazioni
che verranno la sua realizzazione, guidate dai futuri parroci. Ma una
cosa è certa: questa generazione lascia loro un’opera bella,
completa, funzionale, e che sarà utilizzata dalla nostra comunità
per molti, molti anni ancora, frutto di una scelta lungimirante, coraggiosa
e provvidenziale.
2. IL PROGETTO ARCHITETTONICO:
un grande spazio, accogliente e funzionale
Quando anni fa don Bruno mi ha interpellato per studiare un progetto di
ampliamento e ristrutturazione dell’oratorio esistente, mi trovavo
in una fase di riflessione e di esperienze recentissime che avevo maturato
progettando e realizzando, in collaborazione con altro professionista,
il centro parrocchiale di Biumo Superiore in Varese.
L’idea di un centro che consentisse l’incontro di persone
di ogni età e quindi la conoscenza reciproca, la socializzazione,
il rafforzamento e/o l’avvio di esperienze di solidarietà,
mi sembrava una questione centrale e ricca di potenzialità per
la città-territorio attuale così dispersa, nella quale gruppi
e persone ricercano punti di riferimento e di aggregazione.
La concezione oratoriana del passato mi sembrava nettamente superata e
anacronistica: questo il risultato di una riflessione, che un gruppo di
architetti stava compiendo con monsignore Giuseppe Arosio, responsabile
dell’Ufficio Nuove Chiese diocesano.
La tipologia degli spazi e la loro organizzazione veniva radicalmente
ripensata.
Il progetto generale che venne presentato, pur mantenendo in notevole
evidenza le attività sportive con la valorizzazione del campo di
calcio, l’inserimento di campi per il basket e la pallavolo, di
aree per il gioco delle bocce e addirittura la previsione di una palestra
con area di gioco per il basket regolare, considerava particolarmente
l’organizzazione e la distribuzione degli spazi di accoglienza e
di attività interni, integrando la tradizionale articolazione per
aule con spazi per l’incontro e un grande spazio interrato per occasioni
di festa e di espressione teatrale.
Mi è sembrato importante mantenere, riqualificare, riutilizzare
l’edificio esistente, risultato di impegno e di fatica di animatori
dell’oratorio di quasi mezzo secolo prima.
Il modulo iniziale
La “stecca” edificata originaria veniva considerata quale
modulo iniziale del nuovo complesso edificato. L’idea era questa:
raddoppiare questo modulo, interporre fra le due “stecche”
uno spazio di distribuzione orizzontale e verticale che portasse fino
al grande salone interrato; rendere i diversi livelli spazialmente interconnessi
e quasi contemporaneamente visibili, realizzando una scala distesa che
accompagnasse dal livello inferiore fino al livello più alto; coprire
lo spazio della scala con un grande velario che aprisse l’edificio
verso il cielo.
Il recupero della “stecca” esistente è stato soprattutto
dedicato all’ottenimento del grande spazio per il ritrovo con bar,
alla direzione del centro rivolta verso i campi sportivi, alla cucina
comunitaria; mentre al primo piano sono stati mantenuti, in questa fase,
gli ambienti prevalentemente preesistenti.
La nuova “stecca”, oltre al salone interrato, avrebbe contenuto
l’atrio d’ingresso principale, i luoghi di incontri per famiglie,
le aule, la cappella.
Fra i vari problemi che la configurazione del vecchio oratorio presentava,
molto sentito era quello del suo effetto schermante verso i campi di gioco
posti a nord sul lato opposto all’ingresso.
Compito del progetto era, fra gli altri, quello di creare una nuova trasparenza
fra i punti di osservazione dall’inizio di via Giovanni XXIII e
i campi sportivi. La realizzazione del centro ha in effetti ottenuto il
risultato desiderato.
Quale immagine dare
Vi era poi una questione di grande rilevanza che occorreva affrontare
in termini particolarmente qualificati: quale immagine avrebbe dovuto
presentare il nuovo centro?
L’idea è stata quella di definire un’immagine estremamente
sobria, ma in qualche misura “monumentale”, caratterizzata
da un volume solido traforato con discrezione al piano superiore da finestre
a quattro luci e molto vetrato, per la trasparenza richiesta, a piano
terra.
Il mattone a vista è stato scelto con una duplice finalità:
di coordinamento con il parametro esterno della chiesa, pure a mattoni
a vista, e per la forza che poteva conferire ai nuovi volumi. Il risultato
è stato in effetti quello di un radicale cambiamento d’immagine
rispetto a quella precedente.
Il vecchio oratorio è stato avvolto con le nuove superfici a mattoni
e partecipa all’immagine del nuovo centro. La sua consistenza profondamente
trasformata è visibile dai campi sportivi, che hanno perduto la
loro emarginazione precedente anche per la realizzazione del nuovo, ampio
e lungo porticato a nord che raccorda l’edificio con gli spazi aperti.
Mi capita di tanto in tanto di ritornare in questi luoghi e di percorrere
l’interno del nuovo centro. La vita che vi si svolge, le visuali
che si possono avere percorrendolo, mi pare che abbiano dato la risposta
giusta ai problemi e alle immaginazioni che ci avevano guidato nella fase
di progetto.
Naturalmente tutto quello che è stato fatto non avrebbe potuto
essere realizzato senza la fiducia, l’amicizia, le idee di don Bruno
e di tutti i suoi collaboratori, delle quali devo ancora vivamente ringraziare.

Monsignor Marco Ferrari,Vicario
episcopale di zona,benedice la prima pietra(16 ottobre 1994)
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